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Come non fare web marketing e vivere infelici: arriva IronWeb (parte 3)

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Con un po’ di ritardo siamo arrivati alla conclusione della trilogia su come NON fare web marketing e vivere infelici , purtroppo …

“ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tait, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia”.

Prima di andare avanti consiglio vivamente di rileggere il primo post dove spiego la ragione per la quale ho preso in esame il caso della pizzeria Brandi ed il secondo post dove ho chiamato in causa il mio collega ed amico IronWeb.

Ed è proprio indossando la sua armatura che mi accingerò a scrivere, non sarà facile considerando l’ingombro e la difficoltà a muoversi  seduti davanti ad un pc ma almeno IronWeb è dotata di un sistema di ventilazione che non mi fa soffrire il caldo.

Riprendo per un attimo la disputa della Pizzeria Brandi contro Google: siamo davvero sicuri che sia tutta colpa di Google? La risposta a questa domanda la darà probabilmente un giudice ma possiamo affermare con certezza che l’azienda non ha fatto niente per creare, supportare e confermare la propria presenza on-line,  davvero niente.

Ed è talmente poco gratificante l’attuale situazione che anche IronWeb si è messo le mani nei capelli, ma un punto dal quale partire esiste, ed è una qualità che non ha nessun competitor al momento: la storia.

La storia di questo locale è unica, inimitabile, questi signori possono vantare, senza paura di smentita, di essere gli unici al mondo con una tradizione talmente importante da, in linea teorica, far impallidire chiunque, e invece?

Invece i concorrenti hanno compreso da tempo quanto sia importante comunicare ed investendo hanno confermato una regola fondamentale:

“La tua storia ed il tuo marchio contano poco se non sai comunicarli nel modo giusto”

E per comunicare nel modo giusto si intende ramificare la propria presenza sia sul versante web che sul versante social differenziando azioni ed obiettivi ed integrandoli tra di loro.

Missili di contenuti e raggi laser di Seo

Non basta avere un dominio e neanche avere un sito, soprattutto se quel sito è talmente vecchio che non può essere visualizzato su uno smartphone.

Mantenere on line un progetto web realizzato con Macromedia Flash vuol dire essere rimasti indietro di venti anni, oggi Google è utilizzato nel 90% delle ricerche, e di queste più della metà sono effettuate da dispositivi mobili, mi spiegate, quindi, quale utilità può avere un sito che non è visibile da nessun tablet o smartphone? Ve lo dice IronWeb: nessuna!!!

Buttare giù il vecchio sito e rifarne uno nuovo è il primo passo da compiere, pensarlo responsive (cioè visibile e fruibile dai dispositivi mobili) è la base sulla quale lavorare, altrimenti quando arriverà lo spider di Google a fargli visita si troverà una grande porta chiusa in faccia, cosa che accade ora.

Ma se non pubblichiamo contenuti utili agli utenti, senza un serio intervento in chiave SEO tutto questo lascia il tempo che trova perché avremo semplicemente una piccola vetrina inutile ad aumentare la propria visibilità.

Bombe di comunicazione

Comunicare, parlare con i propri utenti, dar loro quello che cercano è la chiave per creare una community nella quale veicolare successivamente azioni di marketing mirate.

La presenza sui Social è fondamentale in quest’ottica e bisogna stare molto attenti a cosa si pubblica, le foto devono essere perfette, quelle dei prodotti soprattutto, ma non devono e non possono bastare …

“perché i contenuti vanno studiati, alternati e diversificati.”

I fan di Facebook devono essere coinvolti nelle discussioni, le stesse devono essere alimentate continuamente per far crescere quel senso di appartenenza ad un’azienda che il fan cerca per potersi fidare.

Un profilo Instagram con circa 300 follower per una realtà che ha riscritto le regole culinarie in Italia prima e nel mondo poi, non sono accettabili, 50 post pubblicati in poco più di un anno non sono niente in confronto a quello che potrebbe scaturire dal semplice sfruttamento dell’appeal di un marchio come Brandi.

Nessun contest, nessun coinvolgimento degli utenti, nessun invito a fotografare una qualsiasi azione che riguardi il settore gastronomico, niente.

La pizza è il prodotto che più di tutti genera emozioni e scalda il cuore delle persone, è il pasto completo per eccellenza, si chiama allo stesso modo in tutto il mondo, esiste nelle espressioni quotidiani, quando ci si organizza per uscire la frase più ricorrente è “Andiamo a mangiare una pizza?” anche quando si intende altro e non sfruttare questa leva emotiva con le immagini, con una storia, con un’azione di Visual Storytelling adeguata è da pazzi.

“La prima regola è non perdere i soldi, la seconda è non dimenticare la prima (Warren Buffet)”

Nonostante l’armatura non sono voluto entrare troppo nei dettagli, farlo avrebbe significato da un lato essere troppo distruttivi e dall’altro comunicare azioni e strategie che, purtroppo, non possono essere gratuite.

Perché uno dei problemi è anche questo, fermo restando la necessità ed il dovere di educare i proprietari di aziende all’utilizzo delle nuove tecnologie ed allo sfruttamento di innovative ed utili strategie di marketing, rimane sempre l’annosa questione economica a tenere banco.

Questi servizi costano, io mi sono limitato a dare una veloce lettura legata al sito internet, a Facebook e ad Instagram e per avere risultati importanti andrebbero aggiunti altre componenti come ad esempio un blog.

“Ma per sviluppare, portare avanti e monetizzare una strategia del genere servono soldi, tempo ed i giusti professionisti a supporto di tale investimento.”

Fare le cose nel modo sbagliato è come non farle, se non peggio, non serve lavarsi la coscienza credendo che con pochi spiccioli si possano ottenere risultati perché non è così e neanche il cuGGino di turno potrà salvarvi perché il cuGGino è un ignorante al quale andrebbe inibito l’uso del computer.

Ma una cosa è certa: la presenza on line della pizzeria Brandi è l’esempio lampante di tutto ciò che NON si deve fare e personalmente la cosa mi fa anche male perché venti anni fa ero ben contento di percorrere 60km per andare a gustare la loro pizza, oggi vivo più vicino e non lo faccio perché è completamente scomparsa dai miei radar social e web, per questo non la prendo mai in considerazione quando si tratta di uscire.

Quindi cara Pizzeria Brandi, denuncia pure Googlia per il danno arrecato, ma non dimenticare che la responsabilità di una corretta presenza on-line e di un’attenta e lungimirante azione di Web Marketing è la tua e di nessun altro per cui, accetta il consiglio per questa volta.

Ora posso anche spogliarmi dell’armatura di IronWeb.

Voi cosa ne pensate di questo scontro alla Davide contro Googlia? Ci pensate? Condividete e ci pensate?

Raffaele Landolfi

3 Comments

  1. Ciao Raffaele e complimenti per i tre articoli, davvero molto interessanti e con tanti spunti per riflessioni, che purtroppo non entrano in un commento.

    Lascio un attimo fuori il tema di Google, troppo complesso, mi fermo unicamente sulla questione della presenza online forzosa o, come nel caso della Pizzeria Brandi, o di tanti altri, gestita in modo casuale e senza piano nè obiettivi, almeno così mi è sembrato. Immagino perché non ci sono le risorse o la volontà dei gestori per fare in un modo diverso o, come purtroppo accede spesso sono stati consigliati male, molto male, da cugini e altri esperti del web.

    Mi spiego: al giorno d’oggi non è stato fatto ancora il claim di Google My Business che con 15 minuti di impegno avrebbe permesso di indicare gli orari di apertura e chiusura della attività e quindi aver evitato di comparire come “definitivamente chiusi”. Ma neanche su Tripadvisor, che sarebbe più importante di twitter per questa attività, sempre secondo me, dove hanno già 2991 recensioni (tante negative) hanno fatto il claim, e anche qui un utente loggato potrebbe indicare che questa attività è definitivamente chiusa.

    Deve per forza un’attività locale di questo tipo avere un sito responsive con blog, newsletter e 5 social attivi? Ma forse anche no: se non ne sentono la necessità, non hanno le risorse, gli obiettivi e neanche l’impegno non farebbero meglio a investire su altre cose? Ma se hanno già tutti i tavoli pieni a cosa servirebbe?

    • Ciao Kékrika
      per prima cosa ti ringrazio di aver letto gli articoli e sono contento che tu li abbia apprezzati.
      Vorrei che fosse chiara una cosa, io ho solo cercato di analizzare un fatto da un punto di vista diverso rispetto a quello che hanno cercato di propinare tramite la stampa e la denuncia, nella quale, ripeto, non metto bocca.
      Quello che ritengo scorretto è questo messaggio “Google è stronzo” il che potrebbe anche essere, ma le cose vanno guardate sotto tutti i punti di vista.
      Se un’azienda non ha risorse da investire nel web marketing, beh, succede, non è obbligatorio, certamente perde delle opportunità importanti ma non lo ha prescritto il medico.
      Però il mondo oggi funziona così e non avere una presenza quantomeno decente sappiamo bene che ti penalizza, questo senza dover ricorrere a mille strumenti, ne basterebbero 3 per dire almeno “Ci siamo”.
      Tu giustamente mi dici “Ma se hanno i tavoli pieni?” ed in questo caso potrebbe non essercene bisogno, ma quanto siamo sicuri che questi tavoli continueranno ad essere pieni per sempre? e sopratutto si investe quando hai la possibilità e puoi mantenere inalterata una posizione importante o quando ormai sei quasi arrivato alla frutta con la quasi totale certezza di farlo male?
      Vedi, io cerco di pormi dei dubbi, perchè credo che la certezza di chi dice “Noi non abbiamo bisogno di niente e di nessuno, noi siamo X” sia una grandissima ed emerita cazzata, tutto qui.
      Questo blog parla di web marketing in modo un po’ diverso rispetto a quelli esistenti, tutto qui.
      Grazie per l’attenzione 🙂

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