1

L’utilizzo degli hashtag per i supereroi

THOR_Hashtag

“Hashtag di qua, hashtag di là, cosa accadrà cosa accadrà?” (immaginate di cantare questo motivetto sulla metrica de Il Tulipano Nero).

Ieri sera, mentre eravamo a cena, sentivo Thor canticchiare questo motivetto, e credetemi all’inizio è stato anche simpatico ma dopo due ore è diventato devastante, per cui mentre sorseggiavamo un’ottima grappa (lui produce la Berthor, una grappa a produzione limitata) sono stato costretto a chiedergli spiegazioni.

Thor, con l’espressione candida ed innocente, con quegli occhioni dolci che solo un re vichingo che ha combattuto e vinto decine di battaglie può avere mi risponde: “Gli hashtag sono inutili!” (più che una risposta mi è sembrata una sentenza).

L’insostenibile inutilità degli hashtag

Devo dire che per un attimo sono rimasto allibito da questa risposta ma lui ha rincarato la dose affermando di aver letto sul settimanale Setthor de Il Corriere di Odino l’articolo di un giornalista che sosteneva esattamente questa tesi e, cosa più incredibile, si era trovato completamente allineato alla sua visione.

Ho provato a spiegargli che un hashtag è un contenitore, un’etichetta che consente ad un determinato argomento di prendere vita e di essere, come conseguenza, trovato con maggiore facilità.

La praticità di un hashtag ma soprattutto la sua innegabile peculiarità, risiede nel rendere vivo nel tempo un contenuto, che sia esso un tweet, un post su Facebook oppure una foto su Instagram, permettendo ad un semplice curioso oppure ad un professionista di web marketing di raccogliere informazioni, analizzare dati e sviluppare servizi utili alla sua attività lavorativa.

Nell’articolo citato da Thor sono stati presi di mira quei post all’interno dei quali risiedono un diluvio di hashtag, partendo dal presupposto che (e riporto testualmente) “non conta il numero dei follower ma la profilazione dei follower”.

Facciamo un po’ di chiarezza

E sticazzi? Pur essendo in parte d’accordo con l’abuso di cancelletti al quale dobbiamo assistere tutti i giorni e naturalmente anche sul concetto della profilazione, è normale sostenere con forza l’inutilità di questo strumento solo a causa di un fastidio visivo che scaturisce dal guardare una fotografia? Ma poi, fastidio di cosa?

Tecnicamente l’hashtag è un’etichetta utilizzata nel web e nei social network come aggregatore tematico, consente, come accennavo prima, ad un utente di ricercare più facilmente un determinato argomento e tutti i contenuti legati ad esso, fa in modo quindi che nessuno si debba sobbarcare l’onere di investire del tempo infinito per provare a collegare una serie di informazioni indipendentemente da quale sia il suo scopo.

Adesso chiudete un attimo gli occhi e pensate alla tragedia che stiamo vivendo in Italia, bene, secondo voi come sarebbe stato possibile gestire elementi, contenuti, articoli, dati senza un importante elemento di raccordo come questo? E considerate che parliamo di contestualizzare un argomento che, proprio grazie agli hashtag, raggiunge, ad oggi, circa 30.000.000 di persone al giorno indipendentemente dal tipo di contenuto prodotto.

Niente da fare, lui sostiene che siano inutili, Thor e Roberto Cotroneo sono stranamente allineati, ritengono che alcuni “marchingegni” che hanno a che fare con il mondo di Internet vadano demonizzati perché sostanzialmente inutili ma nessuno di loro si pone il problema che l’esistenza di questi ultimi sia utile e quasi fondamentale per chi con internet ci lavora e non ci cazzeggia.

Ma avevo dimenticato che il Web Marketing, per molti giornalisti, è il Molise delle professioni.

L’isola del mestiere che non c’è

Perché la sensazione è sempre ed esattamente la stessa, dallo stupito Michele Serra che inveisce contro i Social Media Manager stupendosi addirittura della loro esistenza a Cotroneo che afferma l’inutilità di uno strumento che al contrario consente a dei seri professionisti di produrre al meglio il proprio lavoro, sembra che il rispetto verso questi ultimi sia prossimo allo zero.

Sembra, addirittura, che l’esistenza stessa di un mestiere che ha consentito a tanti lavoratori di trovare la propria strada, sia messa in discussione, come se questi giornalisti fossero talmente lontani dalla realtà da vivere in un altro mondo.

Però questo posso accettarlo da Thor che viene da Asgard e non conosce bene le dinamiche di una nazione come l’Italia ma non da chi in questo paese ci vive e sfrutta tutti i giorni, e per ragioni di personal branding, gli stessi strumenti che ad un certo punto decide di demonizzare.

“Thor, metti giù quel martello e facciamo un test, d’altronde solo chi è degno e puro può sollevarlo no?”

Ok, cari giornalisti, provate a sollevare quel martello, così adesso ridiamo noi.

Anche tu la pensi come Thor? Ci pensi? Condividi e ci pensi?

Raffaele Landolfi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *